mercoledì 27 maggio 2009

Perchè la giustizia non funziona.

Come già detto in altre occasioni, molti (quasi tutti) dei problemi del nostro paese sono da ricondurre essenzialmente a pochissime grandi questioni. Se, per ipotesi, si risolvessero quelle, cadrebbero istantaneamente i presupposti di tutte le altre, sulle quali invece noi (e nostri aurei rappresentanti) ci accapigliamo quotidianamente.

Le grandi questioni sono essenzialmente due: la meritocrazia e la giustizia. Risolte quelle, si ridimensionerebbe notevolmente la portata di problemi come l'immigrazione clandestina, la ricerca universitaria, il conflitto di interessi, i privilegi dei parlamentari, gli investimenti delle imprese.

Prendiamo la giustizia. E' noto a tutti che la qualità del servizio erogato è pessima, che i processi durano in eterno, che una grandissima percentuale di essi si chiude per prescrizione. Ed è anche nota la corrente di pensiero (che condivido) che questa situazione di inefficienza fa molto comodo ai politici, i quali si guardano bene dal combatterla e spacciano invece per "riforme della giustizia" quelli che sono invece veri e propri attacchi all'autonomia di chi potrebbe controllarli.

Questo articolo del Corriere, per esempio, spiega molto bene che, comunque vada a finire la vicenda Mills e il lodo Alfano, persino se Berlusconi dovesse accettare di essere processato (lo può fare) o se il lodo Alfano venisse cancellato dalla Corte Costituzionale, lui troverà in ogni caso il suo scudo più formidabile proprio nell'inefficienza delle procedure.

Quello che non è chiaro a molti è che il problema non è tanto il privilegio di cui godono in pochi, quanto piuttosto il grave danno che ne consegue per tutti i cittadini. E il compito dell'opposizione dovrebbe essere quello di spiegare questi meccanismi, di svelare perchè dal conflitto di interessi deriva un danno per la collettività. Altrimenti diranno che è tutta invidia.

8 commenti:

Mik ha detto...

Antonio, scusami ma non riesco a vedere il nesso tra conflitto di interessi e danno alla collettività. Mi pare che stessi parlando di inefficienza della giustizia e di insufficienza dei meccanismi meritocratici: come si legano questi con il conflitto? Intendiamoci, non lo sto negando perché è impossibile farlo, è sotto gli occhi di tutti, però credo si tratti di questioni separate senz'altro ma della medesima importanza.

Antonio Lo Nardo ha detto...

Il conflitto di interessi va impedito proprio perché arreca un danno alla collettività. E per cos'altro, se no ? Forse per invidia ? (Comincio a pensare che molti credono davvero che sia una questione di invidia).

Il punto è proprio questo. Le democrazie avanzate hanno capito che chi stabilisce regole che avvantaggiano sè stesso arreca un danno alla collettività.

Supponiamo che chi le regole sia un costruttore di centrali nucleari. È giusto che costui possa stabilire regole che avvantaggiano i costruttori di centrali nucleari ?
Se il governo finanzia la costruzione di centrali nucleari, in realtà le sta distogliendo da altri impieghi che la collettività potrebbe giudicare più desiderabili (per es. l'energia rinnovabile).
La politica deve investire le risorse dove è più utile PER TUTTI.

Altro esempio: supponiamo che chi fa le regole sia uno che abbia commesso reati. Dal momento che quando si commette un reato si arreca un danno ingiusto a qualcun'altro (es. gli azionisti minori di una societa), se costui stabilisce regole chr riducono o eliminano le pene per quel reato, allora coloro che hanno subito quel danno non saranno mai risarciti. E da quel momento altri potenZiali investitori non-amici del politico si terranno alla larga dall'investire, causando un danno economico all'intera collettività.

La politica deve fare regole più giuste PER TUTTI.

Angelo ha detto...

Supponiamo che chi governi sia anche proprietario della maggior parte dei mezzi di informazione del Paese.

Per avvalorare la sua linea politica, potrebbe "svuotare i media di serio contenuto politico, rimpiazzandolo con l'intrattenimento, demonizzare i nemici e rifiutare di accettare la legittimazione di ogni critica indipendente".

Se poi costui è anche molto ricco, potrebbe "mettere una fortuna al servizio della creazione di un'immagine di massa, composta da affermazioni di successi ininterrotti e sostegno di popolo".

Queste attività, sarebbero a svantaggio della collettività, perché impedirebbero all'opinione pubblica la conoscenza completa dei fatti, necessaria per valutare l'operato di un governo.

P.S.: le frasi tra virgolette sono del Financial Times:
http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-3/financial-times/financial-times.html

Mik ha detto...

Va bene, adesso è chiaro, ma che c'entra il conflitto di interessi con la meritocrazia?

Angelo ha detto...

Supponiamo che chi GOVERNA...

Antonio Lo Nardo ha detto...

Nulla (in questo post). Citavo 2 cose: la meritocrazia e la giustizia. E poi proseguivo: "Prendiamo la giustizia:..."

Mik ha detto...

Grazie, adesso è chiaro.

Angelo ha detto...

A proposito di conflitti…
Dall’ultima puntata di Ballarò abbiamo inopinatamente appreso che Maurizio Belpietro (importante giornalista, direttore di Panorama) NON E’ dipendente di Berlusconi.

A suo dire, infatti, il suo rapporto di lavoro dipende da:
1) la sua coscienza (prima versione);
2) la società Mondadori (seconda versione).

Quando in studio hanno terminato di ridere, il suddetto ha affermato, con una certa veemenza, che anche gli altri direttori (ed in particolare Ezio Mauro “the rock”, direttore di Repubblica) dipendono da qualcuno (nella fattispecie, da De Benedetti, nemico di Berlusconi).

Eh! Bello mio! Il problema non è che i giornali appartengano a questo o quel tycoon, ma che il proprietario di giornali (e tv e case editrici come la Mondadori) ricopra la più importante carica politica del Paese. Per dirne una, Murdoch non è Presidente del Consiglio.